Recensione allo Spettacolo Vita di Galileo [1982]
Nell'anno del cinquantenario della morte di Bertolt Brecht
 
Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia e Teatro de gli Incamminati

FRANCO BRANCIAROLI
in
VITA DI GALILEO
di Bertolt Brecht

traduzione Emilio Castellani
regia di ANTONIO CALENDA

con (in o.a.) Lello Abate, Giancarlo Cortesi, Daniele Griggio, Giorgio Lanza, Lucia Ragni
e con (in o.a.) Alessandro Albertin, Giulia Baraldo, Tommaso Cardarelli, Emiliano Coltorti, Emanuele Fortunati, Greta Zamparini
scene di Pier Paolo Bisleri
costumi di Elena Mannini
musiche di Germano Mazzocchetti
luci di Gigi Saccomandi


Nell'anno del cinquantenario della morte di Bertolt Brecht, Franco Branciaroli è Galileo in Vita di Galileo, per la regia di Antonio Calenda. In scena il conflitto tra scienza e potere, tra etica e ricerca: tra responsabilità civile e salvezza personale.

L'uomo e il senso di responsabilità, la ricerca e l'etica, lo scienziato e il potere: si sviluppa fra questi cardini - di assoluta attualità - Vita di Galileo, una delle opere più importanti di Bertolt Brecht, ma anche una fra le più ambigue e avvincenti, che debutterà al Teatro Argentina in prima nazionale il prossimo 20 Marzo (repliche fino al 1° Aprile).
Composto fra il 1938 e il 1943, il dramma fu rielaborato in almeno tre distinte riprese e costituì sempre un culmine nella produzione brechtiana: una sorta di "testamento spirituale". Un capolavoro nei cui inquietanti chiaroscuri si possono intuire le vie per comprendere il XX secolo e i suoi conflitti, come già sottolineò nel 1963 Giorgio Strehler nel suo allestimento.
La storia percorre la parabola del grande scienziato pisano dal tempo dell'insegnamento a Padova agli ultimi anni vissuti forzatamente in "ritiro" a Firenze, sotto la sorveglianza della Santa Inquisizione: un'esistenza densa di entusiasmi, affermazioni, sconfitte, intuizioni. La rivelazione più clamorosa riguarda il Modello Copernicano: non è Galileo ad intuirlo per primo, ma per primo riesce a dimostrarlo scientificamente, grazie proprio all'uso di quel telescopio di cui si era impropriamente attribuito l'invenzione. Le conseguenze di tale dimostrazione sono dirompenti: la Chiesa non è disposta ad abbandonare la teoria tolemaica del geocentrismo, l'Inquisizione processa Galileo e gli pone una scelta lacerante: restare fedele a sé stesso, agli allievi, accondiscendere fino in fondo al demone della scienza e ad essa sacrificare la vita, oppure salvarsi, abiurando le teorie rivoluzionarie. Lo scienziato decide per la salvezza. E se, nella prima edizione del dramma, Brecht sembra scorgere in ciò il tentativo di continuare segretamente a servire la scienza e la ricerca, nelle rielaborazioni successive appare invece sempre più determinato a condannare la codardia con cui il protagonista sottomette la scienza alla politica. «Non credo che la scienza possa proporsi altro scopo che quello di alleviare la fatica dell'esistenza umana - scrive infatti l'autore nelle sue note all'opera - se gli uomini di scienza non reagiscono all'intimidazione dei potenti egoisti e si limitano ad accumulare sapere per sapere, la scienza può rimanere fiaccata per sempre ed ogni nuova macchina non sarà che fonte di nuove tribolazioni per l'uomo».
Nell'allestimento dell'opera, affidato alla regia di Antonio Calenda e - per il ruolo del titolo - ad uno dei maggiori protagonisti della scena nazionale, Franco Branciaroli, la scelta è quella di rendere visibile l'azione brechtiana e insieme gli esiti della scienza galileiana, creando una scena-cosmo-mente in cui risalta la piccolezza dell'uomo proporzionata all'immensità dell'universo.

L'irresistibilità della ricerca, la tragedia di Galileo

di Antonio Calenda

«Spero che l'opera riesca a mostrare come la società estorca ai propri individui quanto da essi le serve» scrive Bertolt Brecht nella premessa alla versione americana di Vita di Galileo. «L'impulso scientifico - prosegue - che è un fenomeno sociale, non meno voluttuoso e tirannico dell'impulso sessuale, porta Galileo su un terreno pericolosissimo e lo spinge in un doloroso conflitto col suo violento desiderio di altri piaceri. Egli punta il cannocchiale verso le stelle e si consegna ai suoi torturatori. Alla fine, coltiva la sua scienza come un vizio, in segreto, probabilmente in preda ai rimorsi. Di fronte a questa situazione, è impossibile caldeggiare la sua esaltazione totale o la sua totale condanna»
È ancora fra le parole del grande autore di Augusta che ritengo vadano cercate le induzioni, i suggerimenti, la via per condurre alla scena oggi, un nuovo allestimento di Vita di Galileo, forse la sua opera più avvincente, presaga, ricca di ambiguità poetiche, quella che con maggior urgenza e incisività ci invita a riflettere sul nostro tempo, quella - infine - dove probabilmente con più evidenza egli ci si è rivelato, come dice Claudio Magris, «insieme un innovatore d'avanguardia e un classico pieno di sapienza (...) uno dei pochi in grado di conciliare la ragione, la comprensione sociale del mondo e la fantasia più libera e sfrenata che reinventa il mondo».
Fra i rari poeti moderni che abbiano saputo affrontare l'antinomia dissonante fra la realtà storica del Novecento, negativa, dolente, e un'arte, fino ad allora limpida, razionale, ma ormai incapace di esprimere - attraverso le sue armonie - il quadro violento e le cupe ombre di quel secolo, trovo che Bertolt Brecht con le sue presaghe intuizioni - a cinquant'anni dalla morte - rappresenti ancora una importante guida critica per le nostre menti e illumini di senso e di problematicità la nostra visione dell'uomo.
Il suo Galilei, in quest'ottica, è emblematico: una figura ritratta in tutta la sua palpitante pienezza, eroe negativo ma ricco di tratti positivi, colto nelle sua contraddittorietà, nei suoi chiaroscuri, nella sua tempra coraggiosa di scienziato che improvvisamente trascolora in umanissima vulnerabilità...
Non ci siamo dispensati - con Franco Branciaroli, che sulla scena ne assume il ruolo - dall'alludere, attraverso Galileo, ai temi difficili, urgenti e attualissimi, delle dinamiche fra scienza e potere, fra ricerca ed etica, dal porre in luce l'inconfutabile monito ai fisici del XX secolo che l'autore - nella seconda versione del dramma - gli affida, intuendo le possibili distruttive involuzioni della scienza, quelle che oggi si stanno sostanziando per noi in quotidiane, tangibili inquietudini.
Ma di Galileo abbiamo cercato di guardare anche il profilo di uomo, uomo di scienza, certamente, e come tale uomo solo: solo davanti alle proprie scoperte, alle proprie responsabilità e soprattutto alla bramosia inappagabile di verità, di novità che ne definisce le scelte e l'agire.
L'irresistibilità della ricerca, il "voluttuoso e tirannico impulso scientifico" a cui fa cenno lo stesso Brecht, sembrano determinare profondamente il nostro protagonista. Tanto che il dramma di Galileo ci sembra scaturire proprio da questa iperbolica e febbrile sete di sapere che, per il suo modo di agire, lo rende - nel suo milieu storico e sociale - una sorta di "anarchico".
Pur di giungere a un risultato, Galileo infatti è pronto a porre in discussione asserzioni consolidate, a procedere per intuizioni, tentativi, sfide: un modo che avvicina - per certi aspetti - il ricercatore alla figura, "fuori dagli schemi" per eccellenza, dell'artista, e crea un lieve trait d'union fra il genio scientifico e quello dell'arte, e magari del teatro.
Un filosofo di raro acume, come Paul Feyerabend, sostiene che quella della violazione della "scienza razionalmente accettata", delle "incursioni ai confini" per ampliarli è l'unica via al progresso: «La scienza - scrive nel suo Contro il Metodo - è un'impresa essenzialmente anarchica: l'anarchismo teorico è più aperto a incoraggiare il progresso che non le sue alternative fondate sulla legge e sull'ordine (...) Non c'è una singola norma, per quanto plausibile e radicata nell'epistemologia, che non sia stata violata in qualche circostanza».
In questo argomentare "contro il metodo", scardinando o violando gli standard e le teorie scientifiche comunemente accreditate, è l'essenza dell'azione di Galileo: egli nega la teoria tolemaica del geocentrismo, cambiando il tipo di osservazione e puntando al cielo il cannocchiale. Il coraggio di non aver tenuto conto dei modelli consolidati e aristotelici gli vale la prima dimostrazione scientifica del Sistema Copernicano: ma il prezzo da pagare è la reazione durissima dell'Inquisizione.
L'immagine dello scienziato sullo sfondo del cosmo, attorniato e confortato esclusivamente dai suoi strumenti di lavoro, rimasto solo davanti all'immensità della sua scoperta, alla rovente tensione che la sua innovazione ha creato, davanti alla coscienza di dover consegnare al mondo la nuova concezione copernicana, mi ha accompagnato e guidato in queste settimane di prove.
Il senso di questa malinconica solitudine, cui fanno da contrappunto la febbrile, ansiosa determinazione nella ricerca, il desiderio inesauribile di "sapere di più", di continuare a cercare, al prezzo addirittura di tradire sé stessi e la scienza, sono due linee rilevanti che hanno percorso l'intera genesi dell'allestimento e che ci hanno tenuto costantemente in relazione anche con il nostro tempo, e con gli incubi che ormai tutti condividiamo: l'uso distorto della genetica, la pervicacia nell'assoggettare lo studio del nucleare a politiche di minaccia, la ricerca spinta, per mercificazione, oltre i confini dell'etica... Probabilmente anche essi sono un odierno frutto dell'"irresistibilità della ricerca", un'esaltazione della mente che la saggezza di Brecht riporta alla corretta prospettiva «Qual è lo scopo del vostro lavoro? La scienza? - fa dire infatti a Galileo nell'ultimo quadro del dramma - No. Io credo che l'unico scopo possibile per la scienza sia quello di alleviare la fatica dell'esistenza umana. Se gli uomini di scienza non reagiscono all'intimidazione dei potenti, se si limitano ad accumulare sapere su sapere, la scienza stessa può essere colpita al cuore un giorno o l'altro per sempre. Ogni nuova macchina non sarà altro che fonte di nuovi triboli per l'uomo. E quando, nel tempo dei tempi, tutto ciò che c'è da scoprire sarà stato scoperto, il vostro progresso non sarà stato altro che un progressivo allontanamento dall'umanità. Tra voi e l'umanità si sarà scavato un abisso così profondo che ad ogni vostro eureka risponderà soltanto un grido d'orrore universale».